Credere nella superstizione è un concetto puramente soggettivo, come lo è credere nel destino.

Di fronte a questo l’uomo diventa spettatore e accetta passivamente. E’ inerme e senza controllo perché nulla dipende dal suo volere.

Riveste il ruolo di mero osservatore di fatti, valuta e giudica a cose compiute, espone opinioni, proietta statistiche, schematizza situazioni.

In alcuni casi, come un evento naturale o una diagnosi medica in cui il controllo sulla vita prescinde dalla volontà, l’uomo è per forza di cose spettatore.

In altre situazioni non è accettabile, laddove vi è qualcosa di regolamentato politicamente e socialmente.

Lo spettatore uomo attacca etichette di ‘fortunato’ o ‘meno fortunato’ in campi, come il lavoro, dove la sorte non dovrebbe essere protagonista.

Il termine ‘meno fortunato’ è utilizzato dallo spettatore uomo come sinonimo della parola precario. Ma un tempo il precario non era che un disoccupato o, addirittura, un lavoratore in nero.

Il problema è nell’uso del termine.

Se si utilizza la parola precario e si ripete, entrando nel circolo del quotidiano d’uso comune, il termine perde la forma e acquisisce le caratteristiche tipiche di un intercalare. Lo spettatore uomo si riempie la bocca di nuovi vocaboli privando la conoscenza del vero significato.

E così il precariato diviene per lo spettatore uomo un problema esistente in natura come la muffa sugli alberi, la ruggine del ferro. O come difficoltà più materiali come il dover accendere un mutuo per l’acquisto di una casa, il dover pagare il bollo dell’auto.

Qualcosa che c’è e non si può fare a meno.

Allo spettatore uomo non è concessa pausa, non ha il permesso di fermarsi a riflettere, di meditare sul giusto equilibrio tra individualismo e collettività.

La mancata considerazione del bene comune è prova eclatante di rifiuto verso una serena convivenza. L’interesse individuale, il perseguimento delle proprie aspettative sono l’obiettivo

Il termine volontà è stato sostituito con il termine impotenza, talento e capacità con fortuna, opportunità con la parola caso.

Ogni singolo individuo vive in modo anarchico la propria vita professionale e personale, prescindendo dalla comunità e dal futuro delle successive generazioni. Salvaguardia sé stesso e lascia passare con ingenua indifferenza termini vuoti quali flessibile, dinamico, proattivo, problem solver, capacità alla gestione dello stress.

Ma cosa succederebbe se esistesse veramente una società totalmente flessibile e dinamica (e non unicamente per i giovani lavoratori costretti ad essere flessibili e dinamici)?

Una società realmente flessibile sia per aziende sia per il singolo lavoratore. Flessibilità equa con la possibilità per le aziende, ove sussistono i giusti presupposti e nel rispetto della volontà del lavoratore, di poter scegliere se continuare il rapporto lavorativo, con il lavoratore dal lato suo tutelato da validi ammortizzatori sociali, e soprattutto dal facile e immediato accesso a nuove aziende, nuove professioni.

In questa situazione cosa succederebbe? Lo spettatore uomo diverrebbe parte attiva. Non si sentirebbe costantemente insicuro e frustrato, ma stimolato dalla possibilità del cambiamento. Avrebbe più tempo da dedicare alla propria crescita culturale, sarebbe portato a riflettere, individuerebbe tangibili ingiustizie, punti deboli, associando il corretto valore ai singoli problemi, alle concrete e reali paure.

In questo modo il pensiero porterebbe nuove idee. La società andrebbe verso un progressivo sviluppo e il destino rientrerebbe nel suo perimetro di competenza.

La politica gioca un ruolo fondamentale, è innegabile. La volontà di un imprenditore, di un dirigente si scontra con la convenienza, altra realtà innegabile. Ma il fine esclusivo dell’utile può condurre verso miglioramenti economici di breve termine, non di lungo termine.

A livello sociale tale atteggiamento conduce verso strade sociali di irrigidimento, contrasto e frustrazione. Provoca una chiusura nel singolo individuo verso l’esterno.

Il suo lato umano è sottoposto a stimoli di ostilità, distacco, paura, espletabili solo nella sua interiore inquietudine.

Il giovane spettatore uomo resta in attesa, come un’eterna comparsa in uno spettacolo con ruoli inaccessibili.

E nel momento in cui la fortuna, o il caso, lo riveste di un ruolo si vede disinteressato al passato (al non voler fare nulla per cambiarlo) pensando di aver terminato una fase dettata dal destino, in cui tutti gli spettatori uomo sono chiamati a passare.