Paolo Villaggio è stato abbandonato dal cinema italiano ma non dalle persone comuni, dai dipendenti d’ufficio, dai ragazzi cresciuti con i suoi film.

Le battute cult sono dentro le aziende gestite da gran farabutt, ai tavoli dei ristoranti con un boccone e un poppetta, nei campi di calcetto bagnati dalla nuvola da impiegato, alle telefonate con accento svedese.

Fantozzi, Fracchia e Paolo siamo noi italiani e lo saremo sempre. La nostra cultura sociale è fantozziana, viviamo le medesime situazioni del ragioniere, con la differenza che oggi non ridiamo e ci prendiamo troppo sul serio. La contemporaneità delle pellicole più vecchie è impressionante, paradossale, una fotografia dell’Italia di allora e di oggi.

Un Italia sempre sempre più povera.

Più povera di artisti veri come Paolo, capaci di essere un buffone, un intellettuale, un anarchico e un progressista fuori e dentro lo schermo.
Un artista che non dava la mano a chiunque e che non elemosinava critiche e giudizi, come un saggio anziano dalla barba bianca.

Lo immagino, o mi piace pensarlo, seduto con la sua tunica accanto al suo amico De André ad architettare scherzi in paradiso, o a inventare nuove gag con Gigi Reder.
Ti stimo moltissimo Paolo.